Come si usano i tablet nelle scuole americane? Il viaggio di Scuolalvento in California e Ontario

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A che punto è l’introduzione delle ‘nuove tecnologie’ nelle scuole americane? Come si usano i tablet nelle aule di Silicon Valley e quanta fatica hanno fatto gli insegnanti per inglobarli nella loro attività quotidiana? L’uso dei tablet aiuta a imparare meglio, e a imparare di più?

Un viaggio in California ed Ontario si è trasformato in un’occasione per vedere com’è entrata la tecnologia nelle scuole d’oltreoceano.

I termini della ricerca

Ho fatto ciò che era possibile fare: 5 scuole in 7 giorni (di cui due di influenza!). Ma nonostante il numero esiguo di esperienze, mi pare che le indicazioni tecniche e didattiche ricavate siano sufficientemente chiare e, almeno in parte, generalizzabili.

Le realtà visitate non rappresentano uno spaccato della scuola americana: sono istituti privati collocati nel luogo dove forse, nel mondo, l’uso della tecnologia è più avanzato. La selezione, inoltre, è stata casuale: sapendo che avrei visitato la Bay Area ho cercato su internet notizie sugli istituti con iPad programs, è dunque possibile che nella stessa zona vi siano altre esperienze (di cui non sono a conoscenza) che funzionano in modo diverso.

Tuttavia, nonostante la relativa esiguità dei numeri, le analogie nella prassi di lavoro delle scuole che mi hanno accolta, fanno pensare a un “trend setting” motivato da un’attenta preparazione metodologica e da una valutazione puntuale degli obiettivi che si vogliono raggiungere.

Non ci vorrà molto, credo, perché questi modelli si diffondano a macchia d’olio.

Quanto sono diffusi i tablet?

La Saint Ignatius Preparatory High School di San Francisco è la prima scuola che ho visitato, grazie alla squisita disponibilità del suo Educational Technologist, Eric Castro.

Si tratta di una scuola privata d’ispirazione gesuitica con 1300 studenti e un programma di iPad 1:1, avviato nel 2009. Qui si sta conducendo una tra le prime massicce sperimentazioni su tablet della Bay Area.

Eric è un esperto vero, che ha conoscenze estese in ambito tecnologico ma anche l’approccio critico dello studioso di Scienze sociali. Per chi è interessato alla tecnologia applicata all’Educazione, il suo blog Restless pedagogue è un chiaro riferimento.

Una delle mie prime domande a Eric riguarda la diffusione dei tablet nelle scuole della Bay Area. La risposta – confermata nei numeri anche da Albert Boyle, Director of Technology della San Francisco University High School) – è che al momento sono circa 12, tutte private e con retta annua dai 17.000 ai 35.000 dollari.

Lo Stato della California, finanziariamente sull’orlo della bancarotta, ha grandi difficoltà a garantire il funzionamento ordinario delle scuole pubbliche, le quali nemmeno lontanamente possono finanziare programmi di questo genere. Stati meno popolosi come il Maine sono in una situazione diversa, ma qui è così. Tra me e me ricordo allora l’esperienza tutta italiana del Liceo Lussana di Bergamo e del Majorana di Brindisi, due scuole statali che certamente non dispongono per andare avanti di valangate di dollari, ma che sono riuscite ad avviare sperimentazioni con i tablet sistematiche e di ampia scala.

Come gestire il cambiamento: il sostegno agli insegnanti e gli Educational Technologists

Uno degli obiettivi di questo viaggio era capire in che modo è stata gestita la transizione, ovvero quale formazione hanno avuto gli insegnanti quando i board delle scuole hanno deciso di introdurre gli iPad.

Su questo punto ci sono analogie ma anche profonde differenze con quanto sta accadendo da noi.

Tutti i miei interlocutori hanno segnalato come, con un lasso più o meno lungo di tempo prima di introdurli nelle classi, i docenti siano stati dotati di iPad e abbiano potuto scegliere autonomamente ‘come’ e ‘se’ usarli nelle proprie lezioni. Nessuna pressione né sui tempi né sui modi del loro utilizzo: in sostanza, un approccio di tollerante “invito” al cambiamento.

Fa eccezione il racconto di Vince Delisi – Director of Technology and Innovation alla Holy Trinity School di Richmond Hill, Ontario – che mi segnala come in una scuola di sua conoscenza, agli insegnanti che non condividevano la svolta tecnologica è stata offerta una lauta buona uscita, con il cortese invito a trovarsi una nuova collocazione professionale.

Per quanto ho potuto capire, l’intransigenza di questa scuola canadese sembra l’eccezione che conferma la regola di una transizione “soft”, nella quale è stata compresa pienamente la portata del cambiamento e l’esigenza che ognuno possa trasformare la propria didattica nel rispetto delle capacità e delle modalità individuali.

Non mi sembra che vi sia stato un massiccio intervento formativo su scala statale o federale. Mi aspettavo – avendo seguito le politiche inclusive di Arne Duncan, Secretary of Education dell’amministrazione Obama – una penetrazione più capillare delle tecnologie anche nel settore statale, ma le profonde disparità alla base del sistema scolastico americano, al cui centro vi è lo iato profondo tra settore pubblico e settore privato, determinano una situazione per cui chi è più allertato e ha disponibilità di investimento si muove in totale autonomia.

Questo non vuol dire che gli insegnanti non siano formati.

In tutte le scuole che ho visitato, da Saint Ignatius con i suoi 1300 studenti alla Drew School che ne ha “solo” 350, esistono figure preposte a sostenere e aiutare i docenti nella transizione. E non sono certo i corsi-spot organizzati dall’editore che vuol venderti il suo prodotto multimediale (molti editori italiani, preoccupati di difendere il proprio business, si stanno muovendo in quest’ambito), né quelli che durano un pomeriggio proposti dalle istituzioni così da poter dire che si fa anche formazione degli insegnanti.

Qui si tratta di veri specialisti di tecnologia applicata alla didattica, che lavorano a tempo pieno nelle singole scuole e il cui ruolo è duplice: da un lato individuare come attraverso la tecnologia si possano realizzare i progetti didattici ideati dagli insegnanti, dall’altro tenere costantemente aggiornato il corpo docente sugli strumenti che man mano il mercato mette a disposizione. La formazione fatta così è seria e permanente (lifelong learning in atto), perché consta di una ricerca e di un aggiornamento costanti che garantiscono un uso intelligente e non occasionale della tecnologia.

Hail Mary! La differenza è nel temperamento

Ma gli insegnanti, invitati da dirigenti e board delle scuole a cambiare il proprio modo di lavorare rimettendo in discussione prassi didattiche consolidate, come hanno reagito?

Tutti – Eric, Albert, Tom, Kate e Vince – mi dicono che nell’insieme le faculty delle loro scuole hanno mostrato interesse, buona volontà e talvolta entusiasmo alla prospettiva del lavoro su tablet. Non è mancato qualche rifiuto netto e radicale, ma in percentuale si tratta di casi isolati.

Il grado di disponibilità al cambiamento, inoltre, non è legato a fattori generazionali o a quanti anni di professione si hanno alle spalle: lo dimostra Mary McCarty, una bomba di energia sotto un casco di capelli biondi, che a fine carriera ha sposato convintamente la causa dei tablet.

Oggi Mary si muove entusiasta per la classe con il suo iPad, mostrandomi nodictionaries.com, un sito innovativo che mette a disposizione molti testi fondamentali della letteratura latina integrati di un dizionario interlineare, su cui i ragazzi lavorano costantemente negli esercizi di traduzione.

Mary è la dimostrazione che la capacità di adattamento e il desiderio di navigare dentro alle trasformazioni non ha nulla a che fare con l’età. Non è vero che i giovani sono più abili e rapidi nell’adattarsi al nuovo, o nel raccogliere le sfide offerte dalle tecnologie: si tratta piuttosto di temperamento e duttilità individuale, bisogna aver voglia di continuare ad imparare, non avere paura di sbagliare, mettersi in gioco per cercare un modo diverso di comunicare con i propri studenti. E serve anche un approccio pragmatico e non ideologico alle trasformazioni, un atteggiamento che nella molto ideologica scuola italiana difetta, soprattutto tra gli insegnanti.

Comprendere le difficoltà

Sul problema della risposta ineguale e talvolta imprevedibile dei singoli, l’insight più interessante mi è stato dato da Kate Miller, Instructional Technology Specialist alla Menlo School (Atherton, CA).

Menlo è la scuola dell’1% e Kate fa più o meno lo stesso lavoro di Eric, ma in un ambiente ancora più privilegiato.

Siamo a due passi da Palo Alto e Cupertino, nel cuore di Silicon Valley. Un campus da sogno, spazi imponenti e luminosi, il possesso della tecnologia più all’avanguardia (tutti i device sono Apple di ultima generazione), la professionalità dei docenti e dello staff, ne fanno un luogo molto vicino all’immagine – per noi un po’ irreale – della “scuola perfetta”.

Kate mi racconta di avere avuto esperienze didattiche in contesti ben meno esclusivi, e forse per questo ha sviluppato una particolare sensibilità nel comprendere chi non ha interessi particolari per la tecnologia, anzi, verso di essa nutre resistenze radicate o un senso di fondamentale estraneità.

Pur avendo scelto un ruolo da “specialista” in tecnologia, Kate capisce coloro che avendo un iPad tra le mani non sono interessati a giochicchiarci delle ore, per sperimentare l’ultima app, ma preferiscono fare altro (per esempio leggere un libro cartaceo). Il compito di chi accompagna la transizione, allora, deve contemplare anche le difficoltà di chi non è nato “connesso” e ha paradigmi mentali differenti da quelli degli ingegneri che progettano questi strumenti. La chiave è dunque un intervento di supporto rispettoso e costante.

Esperti di tecnologia si può anche non diventare mai, l’importante è che qualcuno ci aiuti – con competenza e sensibilità – a comprenderla quel che basta per potenziare la nostra professionalità. Da questo punto di vista, dunque, non solo è determinante l’intelligenza psicologica di Kate ma risulta cruciale anche la perizia tecnica, unita alla disponibilità nel trovare soluzioni pratiche ai problemi che la tecnologia pone ai docenti.

Esemplare è il modo in cui Eric Spross, Director of Technology alla Menlo School, mette a disposizione dei meno “abili”, come la sottoscritta, il proprio sapere. Pur essendo per lui una perfetta sconosciuta, Eric mi ha consigliata su quali strumenti si possono usare per sostituire l’Apple TV in una classe che usa sistemi operativi differenti. Il risultato è che sono tornata a casa con un quadro chiaro di cosa fare e cosa comprare, mentre se avessi dovuto informarmi e decodificare i dati tecnici con le mie sole forze, ci avrei messo chissà quanto tempo spendendo chissà quante energie.

A pensarci, il gioco dovrebbe essere di mettere la tecnologia a nostra disposizione non noi a disposizione della tecnologia….

Come l’uso della tecnologia modifica la didattica

Una delle mie maggiori curiosità era capire cosa cambia, con l’uso dei tablet, nel modo di insegnare. Avevo fatto delle riflessioni partendo dall’esperienza personale con le mie classi, ma poter osservare il lavoro di colleghi inseriti in un contesto scolastico e in una tradizione pedagogica tanto diversi, è stato importante per mettere ulteriormente a fuoco la questione.

Lavorare con i tablet vuol dire innanzitutto archiviare la lezione frontale, facendo spazio a un lavoro di ricerca e produzione sul campo. La classe passa dall’essere sala di conferenze a laboratorio: cosa che richiede un’inversione sostanziale nella prassi pedagogica. I ragazzi che ho visto lavorare avevano “macinato” a casa i contenuti della lezione – attraverso letture, visione di video, ecc. -, a scuola soltanto approfonditi o rielaborati dal docente; il ruolo di quest’ultimo muta allora di segno, diventando essenzialmente quello di stimolare e guidare le attività di ricerca e rielaborazione degli allievi (inverted classroom).

Ma se lo studente diventa ricercatore, l’obiettivo primario diventa quello di insegnargli a porre le domande giuste e a stimolare il suo pensiero critico. Le lezioni alle quali ho assistito mi hanno colpita soprattutto per l’impostazione dialettica: l’enfasi non è mai sui fatti – interessante in questo senso l’approccio alla Storia – ma sulle questioni di fondo, su cui gli studenti sono costantemente invitati non solo a riflettere ma ad argomentare il proprio punto di vista. Non è cosa nuova nella didattica anglosassone, ma l’uso della tecnologia spinge ulteriormente in questa direzione: reperire i dati non è più un problema, molto più difficile diventa comprenderli ed interpretarli.

Fine della LIM. Amen.

Non ho visto nemmeno una LIM. Da nessuna parte. Ho chiesto il perché e la risposta è stata univoca: “inutili e troppo care.”

Qui tutte le aule sono dotate di un proiettore collegabile al tablet del docente o dello studente, a seconda del tipo di lavoro, attraverso un media streamer (dmr, tipo Apple TV) che proietta l’immagine della scrivania del notebook o del tablet su uno schermo rivolgibile, oppure su una lavagna bianca lavabile.

Niente manutenzione, niente lampade bruciate, niente pareti occupate inutilmente: se usi i tablet non serve più la LIM. Naturalmente il suggerimento non è di buttarle, ma piuttosto di cercare un modo per farle interagire con i nuovi device (una soluzione può essere un’app di airplay mirroring, come Reflector). Poi, semplicemente, non comprarne di nuove.

I contenuti: sfida aperta all’editoria scolastica

Da Eric Castro a Shane Carter (History Teacher, Drew School) a Stefanie Portman (History Instructor, Menlo School) a Ohad Paran (English Teacher, Menlo School) tutti hanno dichiarato guerra ai libri di testo.

Se da un lato è vero che nel cursus studiorum americano il manuale non ha mai avuto la centralità che ha da noi, è altrettanto vero che ho sentito un coro unanime di lamentele su come gli editori stanno reagendo alla sfida della digitalizzazione.

Viene sottolineata non solo l’inadeguatezza dell’offerta e “l’ossessione” nevrotica per il copyright dei propri prodotti – che negli USA impedisce in buona sostanza la commercializzazione dei libri scolastici digitali, se non con limitazioni notevolissime nella fruizione – ma al di là dell’Atlantico, come qui da noi, viene stigmatizzata l’incomprensione della logica “aperta” della rete.

Ciò che ho visto – e che a mio avviso dovrebbe far molto riflettere i dirigenti editoriali – è un gruppo d’insegnanti diversissimi per formazione e accomunati solo dall’uso dei tablet in classe, i quali all’unanimità hanno deciso di fare a meno dei libri di testo. Questi professori hanno optato per una didattica in cui i materiali sono redatti, assemblati e messi a disposizione da loro stessi o dai propri allievi, cercando nell’immenso archivio del web le fonti e tutto ciò che può essere utile al lavoro della classe.

Il difetto insormontabile del ‘manuale’ pare ormai essere la sua inadattabilità a un insegnamento che le tecnologie hanno reso sempre più creativo e individualizzato. In tal senso le soluzioni ibride, ovvero le vie di mezzo che cerchino di ‘salvare’ il vecchio confezionandolo come nuovo, sembrano avere ben poche possibilità di successo.

Ma allora bisogna celebrare il de profundis per gli editori? Non credo. I tre grandi colossi americani – Pearson, Houghton Mifflin Harcourt e McGraw Hill – si stanno attrezzando in due modi: 1. acquistando o creando partnership con start-up capaci di costruire per loro contenuti di nuova generazione; 2. proponendo materiali in parte protetti ed in parte open, secondo una logica di modularità.

Le varie strade intraprese mostreranno a breve punti di forza e criticità. Al momento l’unica certezza è che un atteggiamento attendista, indisponibile a una revisione profonda del proprio ruolo e della propria offerta di prodotto, preparerà il terreno perché sempre più insegnanti si costruiscano i libri da soli, creandoli esattamente come vogliono.

Ma l’uso dei tablet migliora il rendimento?

No. O almeno non lo sappiamo ancora.

Alcune esperienze, come quella alla Menlo School o alla San Francisco University School, sono recentissime perché iniziate solo quest’anno, altre, come il lavoro alla Saint Ignatius o alla Holy Trinity School, sono già arrivate al secondo o al terzo anno.

E’ indicativo come tutti affermino che i tablet sono soltanto uno strumento dal quale non bisogna aspettarsi miracoli. Paul Molinelli (Director of Professional Development, Saint Ignatius College Preparatory School) segnala che l’obiettivo primario, almeno per lo staff del Saint Ignatius, non è l’innalzamento dei voti accademici ma rendere le lezioni più “engaging”, più vicine al linguaggio e alle modalità comunicative degli studenti. Con grande onestà, Paul sottolinea come la transizione possa avere qualche contraccolpo, ovvero qualche classe che fa meno bene del solito perché ha bisogno di adattarsi a richieste didattiche e valutazioni almeno in parte diverse.

Sulla necessità di una certa pazienza nel monitorare i risultati insiste anche Vince Delisi, che sottolinea come sia ancora troppo presto per giudicare le ‘performance accademiche’ dei tablet. Andiamo avanti e aspettiamo, perché prima di vedere risultati tangibili le nuove prassi vanno perfezionate e consolidate: per ora il dato più incoraggiante è l’entusiasmo degli studenti e delle famiglie.

Le risorse del privato

Si è visto come il ruolo degli Educational Technologists sia fondamentale. Esso mostra quanto sia radicata, qui, la consapevolezza della rivoluzione che si sta consumando, e quanto seriamente venga affrontata la questione del sostegno dovuto a tutti i protagonisti del processo educativo in questa fase di transizione. Un cambiamento di paradigma così radicale non può essere disordinatamente lasciato a sé stesso ma richiede il coinvolgimento e l’aiuto di esperti che sappiano di cosa parlano.

Certo, a un insegnante italiano salta agli occhi la straordinaria organizzazione e la quantità di risorse che un sistema scolastico privatistico come questo riesce a mobilitare. Forse dovremmo riflettere sulle conseguenze della nostra ossessione per l’egualitarismo, che ha portato il nostro sistema educativo a non avere scuole né come St. Ignatius né, tantomeno, come Menlo.

A parte le futili dichiarazioni pre-elettorali o i discorsi edificanti volti a tener buono il pubblico impiego, da noi nella scuola non investe nessuno, né lo Stato né i privati. Il risultato è un sistema educativo vecchio e slabbrato, con punte di eccellenza meritevolissime ma occasionali, legate perlopiù all’eroismo di singoli docenti o dirigenti.

Rimaniamo in attesa di qualcuno che ci pensi.

 

Ringrazio tutti coloro che mi hanno accolta scrivendomi, dandomi istruzioni, venendomi a prendere, facendomi da guida e da acuti interlocutori durante questo interessantissimo viaggio. In particolare, grazie per la straordinaria disponibilità a Eric Castro, Paul Molinelli, Tom Wadbrooke, Juna McDaid, Shane Carter, Kate Garret, Albert Boyle, Kate Miller, Eric Spross, Ohad Paran, Stefanie Portman, Vince Delisi, John Edgecombe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 Commenti

  1. Anche io credo che non ci sia futuro per le LIM nel sistema di istruzione Italiano… le cause? Buttate li per far fare cassa alle aziende, mancanza di studi per un istallazione agevole e configurazione funzionale, Mancanza di interoperabilità tra LIM giunte in periodi diversi, ma la cosa peggiore per chi frequenta il campo, sono i docenti che resistono e non permettono l’introduzione della tecnologia digitale e della rete web nelle scuole. I docenti non abbandoneranno mai il libro come hanno fatto in america, non si armeranno mai di buona pazienza per ristrutturare tutte le loro attività didattiche, forse con un incentivo da parte dello stato sarebbe diverso. Ai docenti italiani, diciamola tutta, mancano le basi per adoperare una qualunque tecnologia, figuriamoci il tablet.

    • Scuolalvento

      Antonio, capisco perfettamente lo scoramento ma forse il tuo pessimismo è eccessivo. Il mondo della scuola in Italia è in grande fermento, e accanto a realtà retrograde e chiuse su se stesse ve ne sono altre aperte al cambiamento e desiderose d’innovazione. Conosco molti docenti, magari non attrezzati culturalmente o tecnicamente, che percepiscono in modo forte la necessità di voltare pagina e sono disponibili a “imparare”.
      Inoltre, consulenti che vendono hardware e software mi dicono che in questo momento moltissime scuole stanno acquistando tecnologia: la gente è sempre più connessa e necessariamente le scuole devono adattarsi.
      Vedrai che tutto si muoverà più velocemente di quanto ci aspettiamo.
      Nel frattempo, grazie per il tuo commento.
      Keep in touch!

  2. Pingback: Putting people first » Tablet use in California and Ontario high schools – Field observations by Experientia collaborator

  3. Bell’articolo, grazie lo faccio girare un po’ .. mi chiedevo infatti se fossi rientrata
    Anche in Italia, cmq con introduzione di registro elettronico e altro, diventerà difficile la vita per i docenti che non abbiano competenze ne’ voglia di adeguarsi.

    a presto ciao eleonora

    • scuolalvento

      Hai ragione, anche se i segnali sono davvero contraddittori.
      Se da un lato c’è una spinta “dal basso” che vede protagonisti molti docenti che lavorano per il cambiamento, dall’alto abbiamo potenze come l’AIE (Associazione Italiana Editori) che spingono per mantenere lo status quo e salvaguardare i propri interessi commerciali. Bisognerà vedere chi avrà la meglio…
      E’ certo però che finché non si riformano seriamente i criteri di valutazione, le modalità degli Esami di Stato, etc., gli sforzi degli innovatori non riusciranno a trasformarsi in “sistema”.

      Grazie per il tuo commento e l’attenzione che ci dedichi. :-)

  4. fabrizio

    Bellissimo articolo! molto utile! anche nella mia scuola abbiamo iniziato un programma 1:1 con iPad. Ho cercato in rete in passato articoli come il tuo ma non ho mai trovato niente. Mi piacerebbe riuscire a fare qualcosa del genere andando a visitare qualche Paese dell’europa del nord.
    Perchè non coordini un report di questo tipo dalle scuole italiane che adottano questo tipo di programmi basandosi sui resoconti dei docenti stessi? Mi metto a disposizione! Grazie ancora

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