La scuola al bivio: fascino e limiti della didattica delle star

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Il convegno La scuola al bivio (Torino, 18.09.2014) è nato dalla volontà di confronto di poche persone ma ha avuto risultati inaspettati in termini di presenza e partecipazione. Nella sala congressi di SocialFare si sono riuniti, grazie al sostegno organizzativo dell’ITCS Sommeiller e dell’associazione Dschola, 100 docenti e 24 dirigenti scolastici: una platea di ‘specialisti’ ampia e variegata.

La generosa risposta delle istituzioni e del mondo della ricerca, con la presenza di Francesco Luccisano (capo della segreteria tecnica del Ministro Giannini), Salvatore Giuliano (ITIS Majorana, Brindisi), Juan Carlos De Martin (Politecnico di Torino) e Sergio Duretti (CSP), ha garantito al discorso un profilo alto che ha lasciato qualche domanda aperta e ampio spazio per un’ulteriore riflessione.

Dimostrare che un’altra scuola è possibile

Organizzando l’incontro, il primo obiettivo che mi ero posta era portare Salvatore Giuliano a Torino “buttandolo in pasto” a presidi e insegnanti.

La speranza era di una diffusione per contagio: a contatto con una personalità esuberante, visionaria e inclusiva come quella di Salvatore, è quasi impossibile restare attaccati al proprio tran tran.
L’innovazione, infatti, passa dalla consapevolezza che se quello che hai in testa qualcuno l’ha già realizzato, e sa mostrartelo, il tuo cambiamento diventa molto meno difficile.

Giuliano non solo non ha deluso ma ha superato se stesso: uno sketch e una battuta dopo l’altra. Le foto del MIT, la fotocopiatrice di Book in Progress, la meridionalità esibita con grazia e autoironia, uniti a una profonda conoscenza dei veri problemi della Scuola, hanno fatto il resto.

La star è stata giustamente confermata nel suo meritatissimo ruolo.
Ha sedotto e, speriamo, fatto molti proseliti.

L’autonomia c’è già, basta usarla

Entrando nel merito, l’intervento di Salvatore Giuliano ha mostrato – specie ai dirigenti scolastici – che l’autonomia necessaria per fare importanti innovazioni esiste già.

La rivoluzione del Majorana è stata compiuta all’interno della normativa vigente, ma declinandola in maniera creativa (rivoluzione dell’orario, degli spazi, della valutazione, e molto altro). Eppure in molti casi il ruolo del dirigente viene ancora interpretato in modo restrittivo, semplicemente come quello del ‘buon amministratore’.

Il progetto di Salvatore Giuliano è invece di natura essenzialmente didattica, mette al centro il buon funzionamento della scuola dal punto di vista dell’apprendimento e non, o almeno non solo, dell’organizzazione.
E’ una mentalità che esce dall’ossessione del ricorso, dalla sicurezza intesa come impossibilità di spostare anche solo un banco, da scelte che potrebbero esporre la scuola a discussioni con alcune famiglie. E’ la scelta di chi ha una visione precisa di come si deve fare scuola e che, a partire da questa, lavora per creare una cornice adatta.

La retorica delle 3P

Tuttavia, continua a non convincermi la retorica delle tre P – in giulianese: “Passione, Passione, Passione” – che ha trovato il pieno assenso del rappresentante del MIUR, Francesco Luccisano.

Quando è stato detto che l’innovazione si fa con la passione, la sala ha assentito.
Ma quando si sono invitati gli insegnanti a “lavorare per se stessi e non per soldi” è serpeggiato un lieve mormorio.

Nella scuola chi ama il proprio mestiere già lavora per sé e non per il magro stipendio che porta a casa. Ribadirlo in questi termini, confondendo il necessario sforzo strutturale che dovrebbe sostenere un cambio di sistema e di cultura con la generosità personale, mi pare fuorviante se non dannoso.

Gli insegnanti fanno un mestiere che sulla bocca di tutti è il più importante e complesso del mondo ma, nella realtà dei fatti, ne fa una delle professioni meno ambite del paese.
Al MIUR lo sanno benissimo, tanto che lo stesso Ministro Giannini lo ha più volte ribadito.

Perché, allora, ci si presenta davanti ai ‘professionisti dell’educazione’ dicendo loro che devono lavorare per far contenti se stessi? Quale messaggio si vuole veicolare e quale stima professionale si riconosce a una categoria cui lo stato sembra chiedere di scambiare il proprio lavoro per missionariato?

Quale ascolto

Un altro punto interessante è la questione dell’ascolto.

E’ partita la consultazione online sul documento governativo La buona scuola e vedremo quali ne saranno gli esiti.
Nella sala di SocialFare, a Torino, abbiamo avuto un’occasione d’oro perché la scuola reale dialogasse con le istituzioni, e viceversa.
Ma l’impressione è che il dialogo non sia così facile.

Il pubblico non ha sfruttato l’opportunità di avere davanti colui che, con pochi altri, ha redatto le linee guida della riforma. A sua volta, quest’ultimo non è sembrato così interessato a comprendere un territorio che forse non conosceva ma che, pur con i suoi limiti, è quello di una delle regioni trainanti del paese.

L’impressione è dunque quella di un divario molto grande tra la scuola degli innovatori “della carta”, che nelle commissioni ministeriali si confrontano con le pochissime super-eccellenze del paese, e quello di chi quotidianamente traina la carretta nelle scuole qualunque del territorio nazionale.

Cercare di ridurre un po’ questo iato, con maggiore capacità di ascolto e legittimazione da entrambe le parti sarebbe un’innovazione molto grande. Un’innovazione che porterebbe acqua al mulino della modernizzazione più del continuare a lucidare l’abbagliante vernice delle 40 scuole più “in” del paese (40, non 400!).

Salvatore mi ha detto una cosa molto vera: “Innovare è cosa lunga e difficile”. Aggiungo che, proprio per questo, non è cosa che può essere affidata soltanto al prestigio di qualche, seppur meravigliosa, mosca bianca.

D’altro canto si è anche visto quanto sia importante investire sulla formazione – uno dei nodi su cui La buona scuola appare particolarmente vago – così che un certo mondo esca dalle proprie ossessioni antitecnologiche (nutrite dai ‘classici’ del genere come Demenza digitale di Spitzer e Internet ci rende stupidi di Carr) cui ha pacatamente risposto Juan Carlos De Martin ricordando che “anche il libro è una tecnologia”.

Solo quando la curiosità avrà la meglio sull’incomprensione di ciò che non conosciamo, e che ci fa paura, si potrà finalmente andare avanti. Anche questa sarebbe una buona prova d’ascolto (oltre che un’efficace strategia d’opposizione).

Il trabocchetto della ‘rivoluzione dal basso’

Osservando le dinamiche del convegno, mi pare anche sia molto necessario un aiuto per far circolare le buone prassi. Siamo ancora in un’ottica di ‘promozione’ delle singole iniziative, dove le scuole vogliono giustamente dar luce ai propri progetti ma non hanno ancora gli strumenti per rendere sistemici i risultati conseguiti dai singoli insegnati o istituti.
Ed è anche in questo che emergono i limiti dell’auspicata “rivoluzione dal basso” che senza un coordinamento – per esempio a livello regionale – rischia di partorire molti topolini e pochi elefanti.

Interessante, infine, che sia stato il più tecnico fra i relatori, Sergio Duretti, a dire la cosa più apertamente politica: senza seri investimenti “dall’alto”, le magnifiche sorti del digitale in didattica (con i buoni propositi d’introduzione del coding, della flipped classroom e dei contenuti auto-creati) rimarranno al sicuro nelle pagine colorate de La buona scuola, continueranno a far fuochi d’artificio nei 40 istituti scelti dall’Indire e sul resto del territorio non si vedranno per molto, molto tempo.

P.S. Un ringraziamento del tutto particolare a Gianni Paciariello per la fiducia accordatami e a Laura Orestano per averci generosamente ospitato presso la sala congressi SocialFare.

 

 

 

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