Luci e ombre di una sperimentazione

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Grazie Profumo

Con la sostituzione del Ministro Profumo chissà dove andranno a finire le sperimentazioni tecnologiche.

La sua politica aggressiva, poco pragmatica nello schiacciare l’acceleratore sui tempi della modernizzazione, intollerante sul limine dell’antipolitica nei confronti dell’immobilismo della scuola e del lobbismo interessato degli editori, ha sollevato non poche polemiche.

Ma come scrive Angelo Gaudio sull’interessante blog di Claudio Giunta,”un odierno liceale che non sapesse fare un uso adeguato e consapevole delle Tecnologie dell’Informazione e della comunicazione sarebbe al disotto degli standard previsti dagli Obiettivi Specifici dell’Apprendimento del secondo ciclo di istruzione, e ben difficilmente andrebbe al di là di un uso puramente ludico e socializzante dell’informatica personale.” Se c’è una certezza è questa. La battaglia del Ministro Profumo è stata dunque una battaglia giusta, speriamo che altri la portino avanti con altrettanta convinzione.

Cosa ho imparato dalla sperimentazione con le mie classi

Dopo un anno di sperimentazione con gli iPad in classe – nel biennio e nel terzo anno del Liceo classico – ho imparato alcune cose che mi saranno utili nell’immediato futuro. Queste le riflessioni essenziali:

  1. dove ho potuto infondere maggiori energie i risultati sono stati molto brillanti e il lavoro ha pagato in termini di risultati didattici: i ragazzi hanno imparato di più e meglio, hanno sviluppato maggiore interesse per le discipline proposte e sono cresciuti intellettualmente in modo abbastanza sorprendente. Dove invece l’impegno è stato minore, i tablet non hanno fatto alcuna differenza e la didattica è continuata sui binari di sempre, senza fare alcun passo né avanti né indietro.
    La strada del cambiamento è fatta di lunghe ore di lavoro e di un ulteriore aggravio di sforzi – che si sovrappongono alle già molte difficoltà quotidiane del lavoro di un insegnante – nell’imparare tecnologie sconosciute, riflettere su come applicarle nel modo più efficace, cercare di entusiasmare i ragazzi nel lanciarsi verso un approccio diverso. E’ dunque molto difficile tenere tutto sotto controllo in molte classi: se non si è adeguatamente aiutati meglio concentrarsi su un paio di materie (nel mio caso sono state Italiano e Storia) e su non più di due gruppi classe.
  2. Per funzionare appieno il percorso di rinnovamento dev’essere condiviso, e non solo in modo formale. Una sperimentazione isolata, il cui traino sia una persona sola, vale la pena di essere portata avanti ma non può avere ambizioni trasformative: può essere d’esempio per altri e mostrare quali orizzonti potenziali possono aprirsi, ma raggiunge obiettivi circoscritti.
    Se il “sistema” non aiuta fattivamente a cambiare le cose, non solo a parole ma con lavoro solido e concreto, le idee più interessanti e i metodi più efficaci resteranno dei fuochi fatui.
    Ma cos’è il “sistema” in una scuola? Per me è ciò che in un’un’azienda si chiama “governance”, ovvero il gruppo di coloro che prendono le decisioni: sopra gli altri la dirigenza scolastica e il collegio docenti. Non basta che questi soggetti siano apparentemente solidali e condividano le buone idee che emergono da alcuni individui isolati, se non hanno gli strumenti culturali per comprendere a fondo la natura del cambiamento resteranno spettatori interessati ma sostanzialmente inerti. Con il risultato che chi vuole davvero cambiare sarà un bue da traino con un carro troppo pesante da tirare.

Le responsabilità di chi può prendere le decisioni, e non le prende

Fa specie constatare quanto le microrealtà sul territorio, come una scuola, riflettano la macrorealtà del paese e il modo in cui per anni è stato governato.

Così come la coraggiosa politica di Profumo probabilmente si arenerà sulla battigia (con buona pace del digital divide che cresce, dell’arretratezza clamorosa dei nostri studenti e dei loro pigri insegnanti, del PIL che decresce non solo per la congiuntura ma anche perché nessuno ha innovato quando doveva), tante sperimentazioni nelle scuole forse si fermeranno perché chi aveva la possibilità di sostenerle non è stato capace di farlo.

E così come un paese per crescere ha bisogno di investire in ricerca, nella formazione dei suoi cittadini, nel sostegno alle sue imprese; in una scuola chi lavora di più, fa proposte innovative e persegue obiettivi di crescita dovrebbe avere alle spalle un un “potere” solido che lo aiuta e lo incoraggia.

In questo senso, poche ore di osservazione di Salvatore Giuliano e della sua équipe di insegnanti del Majorana di Brindisi – che ho potuto conoscere in occasione della Fiera di Genova ABCD, edizione 2012 – mi ha chiarito che laddove chi ha potere decisionale ha anche testa e coraggio, tutto è possibile. Ma se quel coraggio manca, quelli che si lanciano, che lavorano più degli altri, che ottengono dei risultati, ne usciranno demotivati e spenti.

E i germogli di crescita moriranno.

 

 

 

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