Nella scuola più innovativa d’Italia il nuovo non è la tecnologia

Interviste, viaggi in Cina, computer Apple, dibattiti alla Normale, l’INDIRE in visita, ministri che vanno e che vengono…
Ma questi brindisini come fanno, perché riescono dove gli altri falliscono? Come sciolgono i lacci che sfiancano la maggioranza degli insegnanti italiani e che in molte scuole ammazzano il rinnovamento?

Una scuola uguale e diversa dalle altre

MajoranaRossella

PadrePio

In due giorni di visita al Majorana di Brindisi, tra Padre Pio e il Presidente Napolitano che ci guardano un po’ straniti dall’ufficio del Preside, ho visto una realtà che immaginavo diversa.
Ma cosa mi aspettavo dalla scuola che è diventata un riferimento europeo in termini d’innovazione e uso della tecnologia?

Forse qualcosa di simile a ciò che l’anno scorso ho visto in California: il trionfo dell’organizzazione e dell’efficientismo, una pianificazione maniacale dell’attività didattica, una particella di Silicon Valley casualmente geminata in Salento.
Certo, mi chiedevo come questo fosse possibile in una scuola pubblica della provincia mediterranea… ma la tecnologia sofisticata, l’aula del futuro con i graffiti alla Keith Haring, il successo mediatico nazionale ed internazionale mi facevano pensare all’operazione accuratamente studiata da un dirigente di cultura manageriale, da un imprenditore della Scuola orientato al risultato eclatante.
Invece no, proprio no.

Questa è una scuola per certi versi come tutte le altre mentre per altri assolutamente singolare: ci sono l’aula del futuro con i banchi a rotelle e gli studenti che usano l’iPad, ma si vedono anche le classi dall’aria fané e gli sbadigli nell’ora di chimica che conosciamo bene.
Qui si è percorsa una ‘via italiana all’innovazione’, insieme un incoraggiamento e un monito per chi pensa che “le nozze non si fanno coi fichi secchi”. A dire il vero qui le nozze son proprio iniziate dai fichi secchi, o meglio dalla ricerca di una stampante che potesse produrre i primi ‘incunaboli’ del Book in Progress.

Nozze coi fichi secchi? No, con una stampante Xerox

xerox

MariaRosaria

Arrivata al Majorana, la prima domanda rivolta a Maria Rosaria Serio (docente di Chimica che mi ha fatto da premurosa guida durante il soggiorno) è stata: “come avete cominciato, da quale idea siete partiti”?
“Adesso ti mostro!”, è stata la sua risposta. E mi ha portata nello stanzino delle fotocopie davanti a una stampante Xerox, il primo e più prezioso pezzo di memorabilia nella storia dell’istituto.

Il nucleo del processo innovativo non è stata la riflessione sul digital divide che allontana i nostri studenti dagli standard europei, quindi la ‘tecnologizzazione’ della scuola, ma piuttosto un lavoro approfondito di natura didattica sulla qualità dei contenuti, sulla loro decodificabilità da parte dei ragazzi e sulla valutazione della loro efficacia. Così è nato Book in Progress (il grande esperimento che mette a disposizione degli studenti contenuti cartacei e multimediali creati per loro dagli insegnanti) che solo in un secondo tempo ha portato con sé la tecnologizzazione della scuola, l’affondo sulla multimedialità e l’approccio che ha reso il Majorana un polo di riferimento della nuova didattica.

Si sa dove si parte ma non dove si arriva

Su questa stampante Xerox, Salvatore Giuliano e i suoi docenti hanno passato ore e ore a stampare fascicoli che, ben prima di diventare libri digitali, sono stati semplici dispense. Man mano che veniva testata l’efficacia dei nuovi materiali in termini di chiarezza e affidabilità, si è cominciato a pensare di trasformarli in qualcosa di più completo e facilmente fruibile. Ed ecco allora l’arrivo degli iPad, la condivisione sul registro elettronico, le comunicazioni via Skype e il resto. Il tutto all’interno di un lavoro di rinnovamento della didattica dove la tecnologia è davvero solo un aspetto, e nemmeno quello centrale.
Dietro a Book in Progress e al blingbling della tecnologia Apple, al Majorana c’è stato un immenso lavoro di natura progettuale che ha coinvolto la dirigenza scolastica e, almeno in fase iniziale, alcuni docenti che con il tempo hanno disseminato le istanze dell’innovazione presso i colleghi più conservatori.

Future1

Il successo in uno stile di leadership

Il motto di Salvatore Giuliano, “si può fare”, non è solo una bella frase. Dopo aver chiacchierato abbastanza a lungo con Maria Rosaria, Gioacchino Margarito (referente nazionale di Book in Progress per la Matematica e la Chimica), Rossella e Teresa Mumolo (che dal ruolo di Bibliotecaria si è trasformata in colei che conforma gli iPad, installa le app, carica i libri digitali) è venuto fuori quanto l’enorme sforzo progettuale e attuativo messo in campo sia stato possibile grazie alla felice alchimia tra un corpo docente capace, che forse aveva bisogno di nuove motivazioni, e la creatività vulcanica di un dirigente tenace e intellettualmente libero che, una volta individuato l’obiettivo da raggiungere, non ha paura di forzare le regole e ingaggiare battaglia (epica quella combattuta con gli editori scolastici, vinta con la pubblicazione della circolare ministeriale  sulle adozioni dei libri di testo per l’a.s. 2014/2015) interpretando la cornice normativa entro cui deve muoversi con saggia flessibilità.

Salvatore

Smarcarsi dalla strada protocollare, qualche esempio: orario, didattica del fare, spazi di lavoro

Chi lavora a scuola sa bene che in un’ora si fa ben poco, e scommetto che tutti noi abbiamo pensato, almeno una volta, che una “cura ricostituente” in poche discipline affrontate in modo intensivo, potrebbe produrre nei nostri studenti un cambiamento di passo con risultati più solidi rispetto a un percorso spalmato, ‘a spizzichi e bocconi’, su tutto l’anno. Lo pensiamo quotidianamente in tanti ma loro, oltre a pensarlo, all’orario ci hanno messo davvero mano, sconvolgendo la disposizione oraria tradizionale e optando per un’offerta formativa che prevede tre materie per quadrimestre svolte su 10 ore settimanali.
Una cura da cavallo che, a quanto pare, sta dando ottimi risultati (anche perché se dopo tre mesi e mezzo non hai raggiunto gli obiettivi in una o più materie, a giugno per andare avanti devi superare un ‘esamino’ con scritto ed orale).

L’uso della tecnologia è mirato a dare un corpo reale a quella ‘didattica per competenze’ che nelle nostre scuole resta una formuletta vuota e astratta, il cui triste destino è risultare stantia ancor prima di esser stata riempita di contenuti (se ne parla da troppo tempo senza che nulla di sostanziale sia cambiato).

Senza entrare in dettagli – di cui magari mi occuperò in un altro post – usare l’iPad serve non solo ad ampliare le tipologie di fonti da cui imparare, ma anche a creare una nostra lezione (e qui il soggetto è lo studente) dimostrando al professore che si è davvero capito; oppure a costruire una ricerca interdisciplinare di gruppo dove le diverse abilità dei singoli confluiscano in un lavoro articolato che coniughi linguaggi diversi; o ancora semplicemente a imparare l’uso di un’app con cui potrò costruire la mia tesina di maturità, un depliant per la mia futura attività imprenditoriale, un video promozionale per il prodotto che vorrei lanciare sul mercato.

ragaMaior

Se poi tutto questo si può fare in uno spazio colorato, con banchi nuovi e che si muovono (così ci si sposta da una zona all’altra dell’aula, a seconda delle attività), con un’illuminazione che non ci fa sembrare tutti dei cadaveri più o meno ambulanti, la voglia di stare a scuola aumenta esponenzialmente.

Il ruolo del docente: meno burocrazia, più libertà e responsabilità

Una delle cose che più mi interessava capire è come Salvatore Giuliano sia riuscito a motivare i suoi docenti, a non restare impantanato nella rete di veti incrociati che in molte scuole contrappone gli innovatori ai conservatori.
Bene, la strategia che ha permesso di costruire Book in Progress, con tutto ciò che ne è seguito, è stata da un lato la condivisione costante e “senza barriere” – non priva di discussioni accese, mi dice Salvatore – con chi si è reso protagonista dell’esperimento; dall’altra l’alleggerimento degli oneri burocratici dei docenti, oneri che rispetto alla necessità d’investire nella reinvenzione della didattica – sperimentare diverse tipologie di lezione, ideare una nuova ripartizione dell’orario, individuare altri criteri e indicatori di verifica – sono faticosamente residuali.

Giuliano ha di fatto riportato il docente alla sua unica e più vera funzione, quella di professionista responsabile del rapporto educativo per quanto concerne sia la qualità contenutistica e l’efficacia metodologica del processo, sia gli orizzonti più vasti della pianificazione e delle strategie dell’istituto.

Chiunque lavori nella scuola e chiunque ne debba scegliere una per il proprio figlio, sa che una “buona scuola” è fatta dall’imprinting dato dalla Dirigenza scolastica – in termini di clima e di policies interne ed esterne – e dalla qualità del corpo insegnante, dove per qualità si intende soprattutto preparazione disciplinare e carisma personale.

L’istituto brindisino mostra che una dirigenza illuminata si avvale del proprio corpo docente per pianificare, scegliere e costruire insieme. Sono questi i presupposti su cui poggia la possibilità di innovare.
L’innovazione, poi, può prendere mille strade diverse e quella del Majorana è solo una di quelle possibili. Ma è certo che di strada non se ne imboccherà nessuna se il docente non verrà liberato dalla cornice costrittiva in cui è stato relegato, per cui conta molto di più redigere bene un PDP (acronimo burocratese che sta per “piano didattico personalizzato”) o compilare diligentemente il registro che farsi venire un’idea geniale per fare amare la materia che si insegna.

E poi…smettiamola una buona volta di dire “questo non si può fare”!

Un ringraziamento sentito a Gianni Paciariello, Preside dell’ICT Sommeiller di Torino, per aver voluto e attivamente sostenuto questa indagine.

 

 

 

 

 

 

 

6 Commenti

  1. Enrica Bricchetto

    Complimenti, Francesca. Il tuo reportage dalla scuola di Brindisi e’ interessantissimo. Fa davvero capire cosa succede lì e da’ coraggio a chi, anche solo nelle proprie discipline, lavora per costruire contenuti significativi. Quello che tu hai visto e che racconti così bene parte da un uso culturale della tecnologia, dalla tecnologia come possibilità di accesso alla conoscenza e dalla linea di demarcazione tra quello che c’è e il modo per apprenderlo. Sono partiti dalle dispense e ora condividono i contenuti digitali. La lezione che traggo è che la strada è quella di lavorare in un contesto che inglobi la scuola in un progetto di conoscenza ampio in cui lo studente lavori e produca per apprendere. Se non è possibile a livello di team lo faccio da sola, nelle mie ore, con i miei mezzi ma almeno comincio a cambiare….

  2. scuolalvento

    Cara Enrica, grazie molte per il tuo commento. Condivido in pieno ciò che dici, tuttavia sempre di più ho l’impressione che si debba imparare a “fare sistema”, altrimenti le nostre iniziative singole sono meritorie ma per certi aspetti restano dei fuochi fatui.
    Alla nostra generazione non è stato insegnato il lavoro di squadra ma credo che oggi sia importantissimo importarlo in classe: per certi aspetti l’uso della tecnologia lo favorisce perché implica dinamiche collaborative, basate sulla condivisione costruttiva. Non ti nascondo che, talvolta, le tecnologie hanno risvolti che mi paiono poco rassicuranti, per questo credo sia importantissimo individuare una strada in cui siano davvero usate per potenziare l’apprendimento. Ovvio che per tale sfida gli insegnanti devono avere un profilo professionale sempre più alto e sofisticato. La sfida è ardua ma affascinante.

  3. Enrica Bricchetto

    Concordo. Proviamo a fare sistema anche se lavoriamo in scuole diverse.
    Forse può essere una strada.

  4. scuolalvento

    Dai, proviamoci! :-)

  5. Sergio

    Non ho resistito… l’ho condiviso e (come dice l’imitazione di Paola Cortellesi dell’ineffabile Santanché), “lo rivendico con orgoglio”… 😉

  6. scuolalvento

    Hihihihihi…basta che a nessuno venga in mente di associarmi né all’una né all’altra!

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