Perché “La buona scuola” è un buon inizio

buona-scuola

Di ideologia si può morire, nessuno lo sa meglio di un insegnante.

Chiunque abbia tentato di muovere qualcosa nella propria scuola ha conosciuto le faide tra apocalittici e integrati, umanisti e tecnocrati, sacerdoti della carta e fanatici del digitale; una molteplicità di schieramenti confessionali che nel loro schematismo hanno un solo obiettivo e un’unica conseguenza: mantenere lo status quo alimentando la conflittualità sul luogo di lavoro.

I giornali hanno recepito le linee guida de La buona scuola un po’ con lo stesso manicheismo, per questo era importante andare direttamente alla fonte e leggere le 136 pagine del documento ministeriale.

Dopo anni di lamentazioni tra colleghi, mal di pancia sull’intervista all’esperto di turno (mai insegnanti, sempre burocrati ministeriali, professori universitari, giornalisti, psicologi, studiosi di scienze sociali) e imbarazzo profondo davanti alle improbabili ricette di qualche sottosegretario fresco di nomina; si ha l’impressione che questo testo sia nato dallo sforzo reale di capire – da dentro – i veri problemi della scuola italiana.

Non solo emergono un serio lavoro di ricerca, un’analisi costruttiva e non arida dei dati, una riflessione pragmatica che mette il dito nella piaga di un sistema pachidermico e per molti aspetti obsoleto, ma ci si tiene rigorosamente alla larga dalle follie dell’efficientismo test-centrico che sta distruggendo la scuola americana (chi ne voglia un assaggio può seguire il blog di una delle più autorevoli studiose di education policies del paese, Diane Ravitch), senza d’altronde tirarsi indietro nel proporre cambiamenti che troveranno, senz’altro, un ampio fronte di opposizione.

La prima cosa da apprezzare è dunque la prospettiva: una via di mezzo molto sensata tra giusta valorizzazione di chi lavora di più e meglio, e la salvaguardia – parziale – dei diritti acquisiti.

Il documento è ricco e articolato, questi i punti maggiormente significativi:

  • riorganizzazione delle modalità di accesso alla professione;
  • proposta di nuovi criteri retributivi per docenti e dirigenti;
  • richiesta di un uso più ampio dell’autonomia scolastica (che già vige nel presente ordinamento ma non viene applicata);
  • snellimento delle procedure burocratiche;
  • alleanza tra scuola e realtà produttive del territorio.

Finita le lettura si auspica di potere, un giorno, lavorare nella “buona scuola”. Con il timore che difficilmente accadrà a chi siede in cattedra oggi…

Più spessore alla professione docente

Al centro di tutto c’è il tentativo di ridefinire e potenziare il ruolo dell’insegnante, cui si propone un notevole ampiamento di mansioni e la possibilità, grazie al coinvolgimento nelle “funzioni obiettivo”, di contribuire a disegnare la fisionomia dell’istituzione di cui fa parte.

Ma c’è anche la richiesta di un cambiamento culturale da parte dei dirigenti, che non potranno più limitarsi a essere semplici amministratori ma dovranno necessariamente diventare educatori esperti, oltre ad essere in possesso di una “visione” per gestire l’autonomia su cui ogni scuola, sempre di più, dovrà ridisegnarsi.

Per quanto riguarda la stabilizzazione dei precari, da un lato non si può che plaudire al coraggio di archiviare una stagione fallimentare per docenti e studenti; dall’altro è la giusta presa d’atto che molti fra questi insegnanti non soltanto hanno conseguito l’abilitazione grazie a un biennio di studi specialistici con frequenza obbligatoria (le famigerate SSIS, cui peraltro si accedeva per concorso) ma hanno comunque maturato un’esperienza che, molto spesso, li rende vere chiavi di volta del sistema scolastico.

Detto questo, sembra che oggi la nuova crociata sia l’apologia del concorso (si veda A. Gavosto, Assunzioni a scatola chiusa, “La Stampa”, 4/9/2014). Ma dato che i “concorsoni” erano stati aboliti anche perché inefficaci nel selezionare gli insegnanti migliori, ci si chiede come mai da qualche tempo tutti siano convinti che ristabilire i vecchi concorsi sia la strada maestra verso una nuova meritocrazia.

In questo senso è da apprezzare come La buona scuola sembri consapevole del problema, sottolineando che è necessario introdurre alcune “varianti rispetto all’ultimo concorso”  perché si deve dare “maggior peso alla valutazione delle capacità pratiche dell’insegnante, come tenere una lezione o affrontare situazioni concrete”. Tuttavia, rimane ancora oscuro come s’intendano ripensare i meccanismi selettivi.

Il problema retributivo

Fin dall’insediamento del governo Renzi, sia il premier sia il suo Ministro, Stefania Giannini, hanno posto il problema dell’inadeguata retribuzione dei docenti. In proposito il Ministro ha dichiarato: “Raddoppiare mi sembra eccessivo. Ma arrivare almeno alla soglia dignitosa dei 2000 euro mensili credo sia il minimo” (intervista di Tony Saccucci per Metro News, 12/5/2014).

Nel testo de La buona scuola, tuttavia, si barattano gli scatti di anzianità per quelli premiali. E non solo non vi è traccia dell’iniziale adeguamento della retribuzione di base, ma si elimina la progressività che spetta comunque a chi lavora per trent’anni, acquisendo una professionalità e un’esperienza che sono, in ogni caso, preziose.

Il fatto che le casse dello stato, oggi, non possano sopportare esborsi ingenti come un aumento per tutti gli insegnanti italiani, non vuol dire che il principio da cui sono partiti premier e ministro non sia sacrosanto.
Lo si è detto mille volte: se si vogliono attrarre alla professione docente professionisti di provate capacità, gli stipendi devono essere “dignitosi”. Eliminare da un assegno già umiliante gli scatti di anzianità non è una buona idea.

Dirigenti e valutazione degli insegnanti

La stessa cautela si dovrebbe avere riguardo alla selezione dei dirigenti, cui il documento attribuisce nuova centralità.
E qui si arriva a un punto davvero delicato.

Tutti sappiamo che già con l’attuale quadro normativo un buon preside ha un forte impatto sull’istituzione che dirige.
Lo ‘spirito’ di una scuola, il clima che vi si respira, la dinamicità dell’offerta, la voglia di lavorare dei docenti, sono molto legati alla personalità e alla professionalità del suo dirigente. Ma oggi i presidi illuminati, equilibrati, davvero capaci di valutare il valore autentico di chi lavora per loro sono pochi.

Gran parte dei dirigenti attuali sono persone in grado di amministrare, più o meno bene, la macchina che devono guidare e di difendersi – in punta di normativa – dai ricorsi di genitori imbizzarriti per una bocciatura. Non posseggono formazione, competenze e capacità sufficienti per poter plasmare le carriere (e le conseguenti retribuzioni) dei docenti. Bisogna dunque fare moltissima attenzione a dotare di funzioni tanto discrezionali funzionari che non sono stati selezionati per lo svolgimento di compiti così delicati.

Senza alcun preconcetto verso l’introduzione di una figura dirigenziale di alto profilo e con ampi poteri, chiediamoci quali e quanti dirigenti, oggi, sono in grado di svolgere tali mansioni senza premiare i docenti più malleabili e meno capaci, più fidelizzati ma più spenti, meglio disposti a coprire le magagne della dirigenza o a fare da pacieri in consigli di classe riottosi.

Crediti didattici: come e chi misura il valore di un docente?

Altro punto su cui sono necessari adeguati chiarimenti è l’attribuzione dei “crediti didattici” del docente. Mi rendo conto che non sarà facile fornirli perché si vanno a toccare l’intrinseca complessità, e dunque la difficile oggettivazione, di una funzione relazionale come la trasmissione del sapere.

Ma dal momento che La buona scuola pone quale primo parametro di valutazione professionale degli insegnanti la qualità del loro insegnamento, è fondamentale capire come si misureranno le loro capacità.
Risultati INVALSI, giudizio degli  studenti, considerazioni del dirigente, gradimento delle famiglie?

Su un aspetto tanto importante sarebbe bene avere, al più presto, indicazioni certe.

Un’ottima base di partenza per un percorso ancora da tracciare

Dopo avere analizzato con occhio consapevolmente critico le proposte del governo, credo che per chi lavora nella scuola molte cose possano cambiare in meglio.

Rappresentano enormi passi avanti la leggibilità del documento, la sua completezza, il suo desiderio di affrontare le molte criticità del sistema senza pregiudizi. Direi che tutto quanto esposto è pienamente condivisibile, anzi, auspicabile.

Resta però il timore che la trasformazione delle linee guida in provvedimenti legislativi e attuativi porti con sé storture che, una volta introdotte, saranno molto difficili da rimuovere.

Un insegnante qualsiasi, come chi scrive, chiede dunque al governo di muoversi con sicurezza ma con grande circospezione.

Piuttosto tardiamo ancora un po’, ma non sprechiamo l’occasione per migliorare davvero il sistema. Quello di mettere “troppa carne al fuoco” è un rischio che la scuola italiana non può davvero permettersi.

Lascia una risposta