Una lezione dall’America dello sfascio educativo: non c’è buona scuola senza buona politica

Mentre la scuola pubblica americana sta subendo un attacco al quale potrebbe non sopravvivere, David Kirp – D. Marver Professor of Public Policy, University of California at Berkeley – ha scritto Improbable Scholars (Oxford University Press, 2013), un libro che ci insegna molto.
Dovrebbero leggerlo tutti coloro che si occupano di scuola e politica sul territorio perché, forte di una vera ricerca sul campo, spiega per quale motivo certe scuole funzionano e altre no, cosa c’è dietro i progressi di alcune istituzioni e al fallimento di altre.

Il successo educativo non è frutto di fattori occasionali o circostanze fortunate ma di lavoro costante e sinergia profonda tra i soggetti che “fanno” la scuola – dirigenti, docenti e famiglie – e le istituzioni politiche territoriali (in America i Governatori degli Stati e i Sindaci).

Il punto di approdo – scrive Kirp – è piuttosto semplice: dirigere una sistema scolastico esemplare non richiede né eroi né eroismi, solo duro e regolare lavoro.

La metodologia di ricerca: vai a scuola e siediti in classe

Se la Fondazione Agnelli ha appena reso pubblico Eduscopio, il suo portale per la scelta della scuola secondaria, interamente elaborato sulla base di dati statistici – discutibili perché non interpretati -, per la sua ricerca Kirp ha scelto di percorrere la strada opposta.

Il Professore di Berkeley è sceso dalla sua cattedra universitaria andando a sedersi, per un anno intero, in 12 classi di scuole con utenza molto debole, penalizzata sia per censo sia per background culturale (il territorio è quello di Union City, N.J, cittadina con un altissimo tasso d’immigrazione ispanica, in gran parte clandestina).

Kirp ha cercato di capire dove nasce il miracolo di Union City, che in vent’anni è passata da simbolo dello sfascio educativo a esempio di efficienza, inclusione sociale, successo accademico. Buttando a mare numeri, test e rilevazioni matematiche, lo studioso ha condotto la sua ricerca basandosi sull’osservazione, sul dialogo con le persone coinvolte, sull’interpretazione dei fenomeni guardati da vicino.

Più la ricerca avanzava più Kirp si convinceva che un sistema scolastico è molto più complesso di un orologio svizzero. Gli studi in campo pedagogico e didattico si concentrano, perlopiù, su aspetti specifici, quali ad esempio l’introduzione della tecnologia, cosa debba fare un buon insegnante, quali debbano essere i criteri di valutazione, come si decodificano i test OCSE-PISA, etc. Ma sia l’osservazione attenta del ricercatore sia l’esperienza di chi vive dentro alla scuola, dimostrano che quando si parla di educazione tutto è legato: dal crogiolo delle classi ai rapporti interpersonali tra i docenti, dalle capacità di leadership del dirigente al successo dei sovrintendenti – figura che nel nostro sistema scolastico non esiste, di fatto i responsabili dei “plessi” – nel saper creare un sistema organico da un insieme di scuole separate, fino al ruolo del politico nel tracciare i limiti dell’autonomia di un distretto scolastico.

L’importanza del docente e la distanza tra il dire e il fare

Pur in un sistema dove tutto è interconnesso, il centro di qualsiasi ambiente educativo sono gli insegnanti.

Se l’insegnante non riesce ad accendere fuochi negli studenti, allora tutto il resto non ha grande importanza. I migliori prospereranno anche nell’equivalente educativo del deserto del Sahara, ma la maggior parte di loro faranno molto meglio se sono parte di uno sforzo collettivo, se li si aiuta, se si mostra loro come gestire al meglio i dati sui propri studenti e se sono incoraggiati a costruire un rapporto basato sul “siamo in quest’avventura insieme”.

In un’ottica comparativa, è qui che il nostro sistema continua a essere tremendamente debole; qui che il documento governativo La buona scuola appare più lacunoso; qui che si percepisce la sproporzione tra ciò che il governo dice e ciò che fa.

Anche lasciando stare l’annoso problema degli stipendi (contratto bloccato da anni; il Ministro che a maggio dice che un docente dovrebbe guadagnare 2000 euro netti mentre a settembre pubblica un documento che propone di abolire gli scatti di anzianità, a fronte di misure premiali che peggiorano la retribuzione complessiva), il libro di Kirp mostra quanto l’efficacia del sistema scolastico sia legata al sostegno globale dei docenti.
Tuttavia, l’attiva collaborazione fra i soggetti coinvolti nella relazione educativa non è sufficiente perché l’appoggio dev’esser forte anche da parte della politica locale, responsabile del buon funzionamento della comunità di cui la scuola è fulcro.

Buona politica e buona scuola

Analizzando il successo del sistema scolastico di Union City, partito all’inizio degli anni ’80 come uno dei peggiori degli Stati Uniti, Kirp sottolinea l’importanza avuta da alcune figure, a metà fra la politica e l’amministrazione statale, nel faticoso processo che lo ha trasformato in uno dei migliori sistemi d’istruzione pubblica del paese.

Tra costoro c’è Brian Stack, un sindaco straordinario che ha fatto del funzionamento delle scuole un punto fondamentale del suo programma di coesione sociale, dimostrando un coinvolgimento, diventato risolutivo, nei problemi anche scolastici dei cittadini.

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Il sindaco di Union City (N.J.) Brian Stack

Stack si è occupato personalmente del funzionamento degli School Bus; ha dialogato con gli insegnanti e i dirigenti delle scuole cittadine, fidandosi di chi conosce il sistema dall’interno; ha ascoltato le riflessioni e le lamentele dei genitori; partendo sempre dall’assunto che moltissimo – incluso il successo di un politico – dipende dalle dinamiche sociali della comunità.

Scrive Kirp: il coinvolgimento del sindaco nel settore educativo è semplicemente politica intelligente. Molti elettori hanno bambini a scuola e ciò che pensano dell’educazione dei propri figli riverbera sul consenso elettorale. Oggi più del 70% dei residenti pensa che le scuole distrettuali stiano facendo un buon lavoro, un voto di fiducia che pochi distretti possono eguagliare. Ma qui agisce ben più della politica: c’è il legame palpabile e viscerale – di Stack – con i ragazzi della sua città.

E qui casca l’asino.
Ultimamente mi è capitato di ascoltare persone che occupano posizioni di rilievo politico, nazionale e locale, nel settore educativo. L’effetto è di una scarsissima credibilità, legata da un lato alla conoscenza superficiale del settore di cui si occupano e a una fondamentale incapacità di ascolto/riflessione che irrita e deprime; dall’altra all’impressione che il coinvolgimento personale di costoro, cui si lega il loro grado di in-efficacia, sia pari a zero.
Parole e idee sono vuote o meramente strumentali, e la gente se ne rende conto subito. Ecco allora che proprio nelle scuole serpeggia una crescente disillusione che si trasforma in distacco, cinismo, ore di lezione al ribasso.

Il soldi contano

Su un tema ovvio come la necessità di seri investimenti, declinato strumentalmente da una politica italiana che a fronte dei tagli che continuano a mettere in ginocchio le nostre scuole, usa il mantra di brillanti innovatori – “passione, passione, passione!” – per accreditare l’idea dell’insegnamento come “missione”, il messaggio di Kirp è chiarissimo:

Il fatto che il New Jersey spenda più di 16.000 dollari per studente, terzo nella nazione, spiega parzialmente perché uno Stato in cui circa metà degli studenti appartengono a minoranze e di cui un numero sproporzionato sono immigranti, ha il tasso più alto di diplomati nel paese e si colloca tra i primi cinque nel National Assessment of Educational Progress, la pagella americana dei sistemi scolastici.
Il surplus di investimenti contribuisce anche a spiegare perché tra il 1999 e 2007 il New Jersey abbia dimezzato il gap prestazionale tra studenti neri, ispanici e bianchi, un risultato che nessun altro stato è arrivato nemmeno a sfiorare.

Fiducia

Un’organizzazione deve senz’altro controllare i suoi dipendenti, però non dovrebbe farlo solo per contare i minuti del loro orario di lavoro – nelle nostre scuole è recente l’introduzione dei badge di presenza per il personale – ma anche per aiutarli a migliorare le proprie prestazioni, a produrre oggetti (in questo caso “soggetti”) di migliore qualità.

Sulla scorta della ricerca, durata tre anni, dei sociologi di Chicago Anthony Birk e Barbara Schneider (Trust in Schools: A Core Resource for Improvement, Russell Sage Foundation, 2002), Kirp evidenzia come l’elemento fondamentale per migliorare la qualità di una scuola sia il grado di fiducia che intercorre tra tutti i soggetti che la compongono.

Da noi lo chiamiamo “patto educativo”, espressione tanto evocata quanto spesso vuota di contenuti e raramente oggetto di serio lavoro.

E’ dunque sulla fiducia, fatta innanzitutto di rispetto e stima professionale, che si dovrebbero improntare le relazioni fra dirigente e insegnanti; insegnanti e famiglie; studenti e insegnanti; scuola ed istituzioni politiche erogatrici di fondi e responsabili della valutazione degli istituti. E all’interno di questa complessa rete di rapporti lo snodo fondamentale, la figura che maggiormente può contribuire a instaurare tale fiducia, irradiandola in più direzioni, è naturalmente il dirigente scolastico.

Il dirigente e l’imprinting della scuola

Basta metter piede in una scuola per fiutare l’aria che si respira. È esattamente come quando vai a casa di qualcuno per la prima volta: certi ambienti sono fantasiosi, accoglienti, piacevoli; altri appaiono freddi, privi di personalità, banali. E se un appartamento porta l’imprinting della padrona di casa, è lo stile della dirigenza a informare di sé un’istituzione scolastica: ce ne sono sono di informali, d’irregimentate e vecchio stampo, che assomigliano a fabbriche o carceri minorili, ordinate ed asettiche. Non ne ricordo una cui possano attagliarsi gli aggettivi “calda” o “allegra”.

Il punto è che un dirigente non dovrebbe essere solo un amministratore ma un esperto di educazione e un manager capace di motivare e incoraggiare chi lavora per lui.
Chi riesce a coinvolgere gli altri in un progetto di ampio respiro e a “fidarsi” può fare grandi cose, perché il miglioramento subentra e si stabilizza solo dove lo staff della scuola è coinvolto e impegnato. Solo là dove vi è reale interazione, dove si lavora per una causa che si sente comune, si genera l’energia di cui un luogo educativo ha bisogno.

Un buon dirigente è un leader educativo, non un passacarte; oltre a osservare e valutare gli insegnanti deve anche aiutarli a migliorare.

Kirp fa l’esempio di John Benetti, supervisore delle scuole secondarie di Union City, mettendo in luce come abbia saputo diventare un solido punto di riferimento per gli insegnanti. Benetti ha imposto un serio lavoro di mentoring per tutti i docenti che hanno qualche difficoltà con le classi, sul piano disciplinare come su quello dei risultati accademici. E il mentore non è necessariamente chi ha più esperienza ma chi è più bravo, chi ha provate capacità (nelle scuole si sa benissimo chi sono gli insegnanti più efficaci) ed è dunque legittimato dalla comunità e dalla dirigenza a dare consigli.

mentoringIl segreto sta nello spirito con cui si propone e si attua la supervisione. Benetti è riuscito a farla passare perché, contemporaneamente, ha dimostrato di essere a sua volta un dirigente in grado di ascoltare e risolvere i problemi. È riuscito nel suo intento perché ha saputo guadagnarsi la fiducia di chi lavora per lui. Senza autorevolezza e un rapporto solido con i propri insegnanti, nessun preside riuscirà mai a ottenere dei risultati dalla supervisione dei docenti.

I cattivi professori

Da noi sembra che a breve, e nonostante la fumosità che continua ad ammantarne i criteri, verranno introdotti strumenti per valutare le istituzioni scolastiche e i loro docenti. Per vari motivi legati ai criteri applicativi e non alla valutazione di per sé, non ho molta fiducia che questo aiuterà a migliorare i nostri standard educativi. Anzi, temo che contribuirà a peggiorarli rendendo il clima di lavoro ancora più stantio e meno collaborativo.

Fred Carrigg, sovrintendente delle scuole di Union City e uomo del miracolo, ha spiegato a Kirp che la maggior parte degli insegnanti non sono né cattivi né pigri, semplicemente impauriti e confusi. Si sentono abbandonati a se stessi. E lo sono davvero, là come qua. Perché sono oggetto di richieste collettive sempre più gravose e caricati di responsabilità sempre più alte senza che vengano forniti loro strumenti adeguati per affrontarle.

I docenti italiani sono abbandonati a se stessi. Se sono bravi bene, se non lo sono pazienza. Se hanno le capacità individuali di migliorare col tempo, buon per loro e per i loro studenti; se non le hanno faranno danni in classe. Magari per quarant’anni.

Per affrontare gli insegnanti che non dovrebbero stare in aula, la ricetta dell’amministrazione scolastica di Union City non è stato il bastone ma un sistema di sostegno e incentivi a migliorare.

In base alle linee guida de La buona scuola, in Italia dovrebbe essere introdotta la valutazione del corpo docente che includerà differenziazioni retributive.
Ma nell’economia del sistema è vantaggioso che lo Stato si tenga per trenta o quarant’anni un cattivo docente, anche se a uno stipendio lievemente inferiore rispetto a quella dei più “bravi”? Non sarebbe meglio per tutti (studenti, famiglie, il docente stesso, l’istituzione scolastica) se si desse una mano a chi arranca, aiutandolo concretamente a migliore?

In sintesi, le ricette che emergono dalla ricerca di Kirp sono quelle che un buon professore applica nelle classi che vanno conquistate o riportate all’ordine, perché la politica scolastica è un po’ sineddoche della vita in aula.

Peccato che chi ha in mano il settore educativo di come si vive a scuola sappia troppo, troppo poco.

D. Kirp, Improbable Scholars. The Rebirth of a Great American School System and a strategy for America’s Schools, Oxford University Press, 2013

A. Birk-B. Schneider, Trust in Schools: A Core Resource for Improvement, Russell Sage Foudation, 2002

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